Verso e oltre Copenaghen PDF Stampa E-mail
Scritto da Vittorio Bardi   
Venerdì 27 Novembre 2009 00:56

 

Di clima si parla molto, ancor più lo si farà nelle prossime settimane, verso l’apertura della conferenza di Copenaghen. Nessuno, generalmente, nega che il cambiamento climatico sia un problema e che non si può non fare qualcosa per scongiurarlo. Ma a questo senso comune, che si sta formando, corrispondono sul serio iniziative, scelte politiche, economiche, sociali che possano invertire la tendenza? Certo i movimenti contro questa globalizzazione e per la giustizia climatica sono presenti a livello mondiale, ma riescono ad avere un impatto di massa che segni le politiche globali?

Intanto un primo problema è terminologico: cambiamento climatico sembra un accidente naturale,

meglio usare il termine crisi climatica, perché dà meglio l’idea che il clima è cambiato e cambia, non per cause non naturali, ma legate a questa qualità e quantità di sviluppo, di produzione, di consumo, di stili di vita. Se vogliamo metterla più sull’ideologia, è assolutamente giusto dire che la crisi che attraversiamo è non solo finanziaria, economica, industriale ma anche energetica, alimentare, climatica e dimostra la crisi del neoliberismo globalizzato, del modello di sviluppo capitalistico. Contemporaneamente non possiamo dimenticare che altri sistemi sociali di questa epoca, a partire dal socialismo realizzato, non sono stati certo da meno, soprattutto rispetto agli impatti ambientali. Esiste quindi il problema di costruire alternative concrete, che necessariamente devono essere globali.

Le previsioni sugli esiti complessivi della conferenza di Copenaghen non sono delle migliori, le aspettative create dalle novità di alcune politiche di Obama, ma pure da alcune aperture di altri importanti paesi (Cina, Giappone, ecc., oltre che alcune scelte europee) sembrano dover essere ridimensionate. Non intendo esercitarmi qui sui dati macro: quali obiettivi sulle emissioni, quali politiche globali, quante risorse saranno messe a disposizione, quali effetti, ecc.

Vorrei provare invece a partire dal basso, da quali iniziative possono essere messe in atto a livello settoriale, sociale, nelle politiche industriali e produttive, anche perché spesso accordi o trattati internazionali importanti, non hanno prodotto effetti perché non sono stati implementati da scelte coerenti né nei singoli paesi, né a livello settoriale. A volte, in ambienti di movimento, si mette l’accento soprattutto sull’impegno individuale, sugli stili di vita, sulla qualità dei consumi (si dice per esempio: si vota anche scegliendo cosa si consuma), è un concetto che possiamo criticare come idealista e illuminista, ma contiene un principio di verità, la partecipazione diretta e informata è sempre importante. Infatti, alcuni cambiamenti (almeno in settori di nicchia) nei consumi, e quindi nei prodotti, sono avvenuti anche per una nuova sensibilità nella domanda sociale.

Per quanto ci riguarda, visto che come sindacato siamo un soggetto collettivo, possiamo provare a intervenire nei settori della produzione e non solo sui consumi. Non basta farlo con dichiarazioni generali, magari poi contraddette nelle situazioni concrete. Certo un sindacato deve partire dalla difesa delle condizioni immediate di vita e di lavoro di chi organizza (il Come si produce) e dalla salvaguardia dell’occupazione, oggi particolarmente attaccata dalla crisi. Ma non si può semplicemente partire dall’esistente, dovremmo tentare di cambiare paradigma di sviluppo. Se siamo in una crisi di sovrapproduzione non coperta dai redditi necessari, o meglio di sovrapproduzione di determinati beni, mentre, a livello globale, restano bisogni sociali inevasi, (per Chi si produce) non si può guardare solo alla crescita del PIL, o all’andamento delle borse: a parità di crescita, non è evidentemente la stessa cosa se questa avviene con consumi di prodotti usa e getta, o altri, più innovativi e più ecocompatibili, se si procede verso una economia a bassa emissione di carbonio, più sostenibile sull’energia, l’uso delle risorse naturali, le tipologie di prodotti, i consumi, gli stili di vita (il che cosa si produce).

Certo, per tutto questo, servono politiche, normative, ricerca, politiche industriali, servono programmi e interventi pubblici che supportino questi interventi, ma queste politiche generalmente non ci sono. Allora, anche per rivendicarle, servono interventi diffusi che partano dal basso, a partire da un coinvolgimento diretto del movimento sindacale, rivendicando questi obiettivi come propri nella contrattazione ai vari livelli, perché per modificare sul serio i cicli produttivi in senso ambientalmente sostenibile, servono gli stimoli, gli interventi, le competenze esterni, ma solo con la partecipazione attiva e consapevole di chi opera dentro i cicli produttivi, quindi dei lavoratori e delle loro rappresentanze, si può raggiungere l’obiettivo.

Per scendere nello specifico contrattuale, invece di usare indici sulla reddittività o di produttività per il salario per obiettivi, è possibile scegliere il miglioramento dell’efficienza energetica, la minor produzione di rifiuti, l’uso razionale di tutte le risorse del ciclo produttivo (energia..acqua…ecc.), una innovazione nei cicli e nei prodotti che renda fattibile tutto ciò?

Io credo di si, ma tutto questo non può essere una appendice, non può essere lasciato alla maggiore sensibilità individuale di qualcuno, deve essere una scelta strategica centrale, confederale e delle categorie, per il nostro progetto di paese, di produzione, di sviluppo. Anche ripensando strumenti di intervento sulla cosiddetta democrazia economica, non solo chiudendo con la fase della concertazione, ma andando oltre la stessa coderminazione, che, partendo da un punto di vista autonomo del mondo del lavoro, intervengano organicamente sulle strategie industriali e le finalità delle produzioni.

In ambienti dei forum sociali si è affermato recentemente che "Se Seattle ha rappresentato la dichiarazione di intenti dei movimenti, forse Copenhagen sarà la festa del nostro ingresso nell’età adulta", non so se questo sarà vero, vorrei augurarlo, certo è che il movimento sindacale, su queste materie, deve maturare ancora molto, per diventare adulto, ma possiamo cercare di crescere.

27/11/2009

(Vittorio Bardi Fiom-Cgil Nazionale)

 

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Dicembre 2009 06:38
 
...::: Template by goP.I.P. :::...